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Eremo di Santa Chelidonia e Morra Ferogna
Orizzonti Simbruini è un progetto indipendente di documentazione del paesaggio e della natura dei Monti Simbruini, nell'Appennino centrale
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Eremo di Santa Chelidonia e Morra Ferogna

La visita all’eremo di Santa Chelidonia ripropone il tema del rapporto tra “Sacro” e “Natura”, un tema ricorrente nella storia dei luoghi dell’Appennino. Si tratta senza dubbio di una interessante categoria di analisi, alla luce della quale è possibile tracciare un cammino ideale che unisce i tanti luoghi dell’Appennino segnati da testimonianze di vita spirituale e contemplativa.

Dagli antichi riti dei popoli Italici, alle esperienze eremitiche di San Francesco e Celestino V, la natura gioca sempre il ruolo fondamentale di “catalizzatore” dell’esperienza religiosa: quasi che il “locus” ed il mistico si riconoscano e si scelgano a vicenda all’inizio di ogni cammino spirituale. E pur se la stragrande maggioranza di queste testimonianze risale ad epoche pre-rinascimentali, non è difficile, recandosi in questi luoghi, cogliere ancora qualcosa di questa misteriosa alchimia: si tratta forse del genius loci dei Romani o delle creature celesti che, secondo la tradizione indiana,  abitano alberi, rocce e sorgenti.

L’alta Valle dell’Aniene è uno di questi luoghi, lo stretto solco scavato dal primo corso del fiume, così come dai suoi affluenti, primo tra tutti il Simbrivio, lambisce foreste ripide e quasi impenetrabili, interrotte spesso da ardue pareti rocciose, di calcari che si mostrano spesso di sgargianti colori ocra e rossastri. Proprio in questa valle, intorno al 500, giunse Benedetto da Norcia, ritirandosi inizialmente a vita eremitica fra le grotte sparse sulla montagna e dedicandosi poi, in un secondo momento, alla fondazione di numerosi cenobii di cui oggi, escluso il prezioso complesso monastico di Subiaco, non rimane quasi più traccia.

Ma l’esperienza religiosa di Benedetto è solo la più nota di tante che hanno caratterizzato questi luoghi evidentemente prediletti: Santa Chelidonia fa parte di questa nutrita schiera di eremiti e mistici “minori”, che nei secoli del medioevo hanno trovato riparo e riconciliazione nelle vallate rese fertili dal passaggio di Benedetto. Con questo racconto vi vogliamo condurre nei luoghi della Santa, seguendo proprio il filo conduttore del rapporto tra sacro e natura, svelando insospettabili analogie ed intrecci con testimonianze di popoli lontani, che riaffermano il carattere universale di questo legame ancestrale.

Santa Chelidonia, Cleridona, “dono della sorte”, nacque nell’Abruzzo Cicolano intorno al 1077, all’età di soli venti anni lasciò la casa paterna desiderosa di dedicare la propria vita alla contemplazione di Dio, eleggendo come luogo di destinazione proprio la Valle Sublacense già attraversata da Benedetto cinquecento anni prima. Qui Cleridona si ritirò in un’impervia vallata sulle pendici Simbruine che dominano la città, caratterizzate da grandi formazioni rocciose di cui la principale, denominata Morra Ferogna – presumibilmente per l’esistenza di un antico santuario dedicato alla divinità latina Feronia (ecco il genius) – domina la vallata con un poderoso torrione rossastro.

La vallata è oggi accessibile grazie ad un facile e ben segnato sentiero, che inizia nelle campagne poco sopra Subiaco, nei pressi dell’abitato di Vignola. L’attacco del sentiero si raggiunge percorrendo la strada per Monte Livata, superando l’ospedale di Subiaco e lasciandosi a sinistra il bivio per Vignola e Cervara di Roma, fino ad un secondo bivio in località “Tenne Nuove”. Si segue in auto la stradina che si snoda fra campi e boschi dominati dalla Morra, sino all’attacco del sentiero, ben evidenziato da un’edicola in legno e diversi cartelli indicatori.

Si sale inizialmente costeggiando muretti di confine tra i campi, non è difficile, a primavera inoltrata, incontrare rigogliose fioriture di Orchis purpurea che svettano snelle fra le erbe dei prati. Più in alto il sentiero si apre, sempre con pendenza moderata, tra boschi di macchia mediterranea a prevalenza di leccio, quercia e numerose specie arbustive quali il biancospino, l’agrifoglio e il pungitopo. Laddove il sentiero esce in campo aperto, si intravede già il luogo ove sorge il santuario dedicato alla mistica, caratterizzato dalla presenza di alti cipressi longilinei, e sovrastato da una strapiombante parete di calcare rossastro, tipicamente Simbruina. Sulla sinistra, il tozzo baluardo della Morra Ferogna domina decisamente il sentiero, occhieggiando tra la vegetazione.

Dopo poche svolte si raggiunge una piccola edicola votiva, ornata con delle rose: qui infatti il 13 ottobre di ogni anno si snoda una processione in onore della Santa, patrona della città di Subiaco, proveniente dal monastero di Santa Scolastica. Ancora più in alto, invece, si entra in un fitto rimboschimento di pino: il sottobosco si fa brullo, soffocato dalla spessa coltre di aghi resinosi, e la luce penetra a lame nel fitto susseguirsi di fusti diritti lanciati verso il cielo. In breve si è ad un bivio, da un lato si prosegue per il santuario, dall’altro per la Morra. Seguiamo il primo ramo entrando nel boschetto di cipressi e seguendo un pietroso sentiero che conduce all’ingresso dell’eremo.

In questo luogo Cleridona visse cinquantanove anni, in preghiera e digiuno, sostenuta solo dalle offerte di cibo dei devoti. Fu qui, probabilmente, che il suo nome fu mutato in Chelidonia, rondinella in greco, per il suo essersi ritirata, come una rondine, in questo nido protetto da aspre pareti rocciose.

Il luogo è silenzioso, sereno e raccolto. Passiamo attraverso i resti di quella che sembra una antica porta, costeggiando poderose strutture murarie, caratterizzate da ampie arcate, che costituiscono i resti del monastero fatto edificare dall’abate Simone dopo la morte di Santa Chelidonia: a sorpresa, si tratta di strutture possenti, quasi impensabili in questo luogo così remoto, lasciano comprendere l’importanza che l’eremo ebbe nei secoli passati. In pochi passi raggiungiamo la piccola chiesetta costruita a ridosso della spelonca ove visse la Santa: entriamo con rispetto e nel piccolo antro di roccia bianca, fra i vari oggetti votivi “contemporanei”  ci stupisce sulla parete un affresco del Cristo di origini ben più antiche. Nella sua semplicità quasi naif  l’immagine ha un sapore ancestrale che riporta ai primordi dell’arte pittorica cristiana.

Ma non è tutto, sorprende chi vi è più avvezzo lo scorgere nell’atteggiamento del Cristo un’impostazione piuttosto “orientaleggiante”, come capita di vedere ad esempio negli affreschi della Trinità di Vallepietra. E ancor più curioso è notare come la figura sia racchiusa in una cornice a forma di cuore rovesciato che, per colori e decorazioni, ricorda vagamente le raffigurazioni dei bodhisattva nell’arte tibetana.

Questo della presunta penetrazione del monachesimo (cristiano) orientale nell’Appennino, e in special modo sui Monti Simbruini – Cappadocia, il santuario della Trinità – è un tema tuttora aperto e affascinante che lascia intravedere la possibilità di inaspettate contaminazioni in un epoca in cui forse i diversi mondi erano ben più aperti e vicini fra loro.

Santa Chelidonia interruppe la sua vita eremitica solo in un’occasione, tra il 1111 e il 1122, per un pellegrinaggio a Roma che si concluse, di ritorno a Subiaco, con la vestizione dell’abito benedettino, conferitole dal cardinale Conone, vescovo di Palestrina. Per trenta anni ancora, Santa Chelidonia rimase nella sua grotta, fino al giorno della morte, avvenuta nel 1152, nella notte tra il 12 e il 13 ottobre. La tradizione vuole che, in occasione del suo trapasso, una portentosa colonna di luce si sollevasse da questo luogo, lasciandosi scorgere in tutte le campagne circostanti e, addirittura, risultando visibile fino a Segni, ove si trovava il papa Eugenio III, artefice probabilmente della successiva canonizzazione della mistica eremita. Un episodio simile è ricordato da San Gregorio Magno nella sua biografia di San Benedetto, e allo stesso tempo richiama alla mente l’episodio della morte di Milarepa, altro grande mistico – orientale ma di altra tradizione – praticamente coevo di Santa Chelidonia.

Lasciamo la chiesetta per dare un’occhiata ai dintorni, alle possenti mura diroccate e alla strapiombante parete rocciosa sovrastante che, per il colore e la venatura delle rocce, ricorda in miniatura ben più celebri arenarie di altri continenti. Tornati indietro fino al bivio, saliamo ora a svolte verso la Morra Ferogna, in un boschetto di fusti giovani ed esili. In breve siamo alla base del torrione, anche questa molto interessante per le formazioni rocciose strapiombanti. Aggiriamo le rocce sulla destra, risalendo un piccolo saltino verticale, fino a portarci sulla spalletta erbosa che divide le due “punte” della Morra (entrambe intorno ai 1050 mslm). Proseguiamo dunque sulla sinistra, seguendo un sentierino intagliato nelle rocce che, per una leggera esposizione, richiede un minimo di attenzione e destrezza nel superamento.

La sommità della Morra è piatta ed erbosa, non lascia intravedere la severità delle pareti sottostanti. Qua e là spuntano ciuffi di Dactylorhyza sambucina di colore giallo. Una grande croce sovrasta e benedice l’abitato di Subiaco. Il panorama sarebbe notevole, dalle alture di Livata al Monte delle Pianezze, ai Prenestini con Guadagnolo e i Ruffi con Canterano e Rocca di Mezzo, ma putroppo l’ora tarda e l’afa non rendono il paesaggio nella luce migliore: un luogo ove ritornare all’alba o, vista la facilità di accesso, al tramonto.

Alle spalle, boschi impervi risalgono verso Campaegli e il Monte Calvo, sulla sinistra un altro vallone, simile a quello appena percorso ma ancora più selvaggio, è dominato dalla Morra Rossa, altra parete strapiombante caratterizzata da una insolita concavità. Seppure al di là del margine montuoso sappiamo stendersi i centri turistici di Campaegli e Livata, qui sembra di trovarci in un luogo di confine: da un lato la vallata dell’Aniene punteggiata di case e centri abitati, dall’altro impenetrabili valloni ricoperti di foreste sembrano richiamare l’animo ad imprese sovrumane. Basta voltarsi e lasciare alle spalle la civiltà, per volgere lo sguardo ad un paesaggio aspro e sincero, immobile quasi fuori dal tempo. A questa visione, qualcosa nel cuore si rompe e svanisce, le distrazioni, i pensieri contingenti si dissolvono come vapore. Una consapevolezza più profonda riemerge nell’animo, come la luna piena che riappare da dietro le nuvole.

Questo è il miracolo ed il mistero della Natura, che pur nella sua materialità sembra catalizzare l’attenzione del cuore e sospingerla verso mete sovrumane. In quel confine rarefatto tra il cielo e le chiome nere della foresta è la promessa di un traguardo invisibile ai più. E’ forse con questi pensieri nel cuore che – quasi mille anni fa – Santa Chelidonia intraprese i primi passi del sentiero.

DIFFICOLTA'

DIFFICOLTA’: E

TEMPO DI PERCORRENZA: circa 1.30h fino a Morra Ferogna, 1h per il ritorno

DISLIVELLO: 300m

SENTIERISTICA

Segnavia bianco-rossi segnavia_small – sentiero n° 671a, Vignola – S.Chelidonia – Lavorera – Monte Calvo

CARTOGRAFIA CONSIGLIATA: Carta dei sentieri del Parco dei Monti Simbruini

ACCESSO STRADALE

Giungendo a Subiaco si prosegue per Livata, superando l’ospedale prendendo a destra al bivio di Vignola/Cervara, superato anche il bivio in contrada Montore (edicola con Madonnina e fontana) si prosegue in salita e si prende a sinistra al bivio per la località Tenne Nuove. Si prosegue su strada di campagna (adagio) superando alcune case e una curva che aggira un fosso, più avanti nei pressi di un ponticello si trova l’attacco del sentiero descritto (cartello e indicazioni), si può parcheggiare nelle vicinanze.

Eremo di Santa Chelidonia e Morra Ferogna ultima modifica: 2014-03-23T12:47:58+00:00 da Francesco Ferreri


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