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La faggeta vetusta - Parte I
Orizzonti Simbruini è un progetto indipendente di documentazione del paesaggio e della natura dei Monti Simbruini, nell'Appennino centrale
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La faggeta vetusta – Parte I

Una foresta può essere definita vetusta quando questa è composta per gran parte della sua estensione da alberi maturi e a fine ciclo vitale, ossia alberi che, per totale assenza di interferenze esterne dovute all’intervento antropico, compiono a pieno il loro ciclo vitale, arrivando così fino alla “morte naturale”. Si tratta quindi di un ambiente “primordiale”, esclusivamente regolato da leggi e cicli dettati dalla natura, estremamente importante dal punto di vista biologico in quanto proprio il totale compimento delle fasi di vita e la successiva decomposizione degli alberi permette lo sviluppo e la sopravvivenza di numerose specie animali e vegetali altrove assenti. Tuttavia, oltre ai grandi esemplari maturi in questa tipologia di foresta si trovano a convivere alberi in tutti gli stadi evolutivi, quindi dai giovani fusti fino alle piante marcescenti.

Ad oggi quest’ambiente, nella sua più corretta accezione, non è di facile reperibilità in territori come quelli dell’Appennino Centrale dove fino a nemmeno mezzo secolo anni fa le principali fonti di sostentamento per le popolazioni locali erano direttamente legato allo sfruttamento del bosco. Per via delle attività selvicolturali praticate nel recente passato ed in parte ancora oggi, si stima infatti che nemmeno l’1% delle foreste italiane possa rientrare in questa classificazione in quanto rimaste totalmente inalterate nel tempo. Le principali aree di foresta vetusta rintracciate e documentate in Appennino centrale si trovano nel Parco Nazionale del Gran Sasso e nel Parco d’Abruzzo (a tal proposito, per approfondimenti, va segnalato il portale forestbeat.it).

Anche sui Monti Simbruini esistono piccole porzioni di boschi classificabili come vetusti; questi prevalentemente sono composti da faggi e si trovano a quote generalmente comprese tra i 1500 ed i 1700 metri, spesso posizionati in angoli remoti e difficilmente accessibili, motivo principale per il quale nel corso degli anni sono scampati alla manipolazione ed allo sfruttamento antropico. E’ tra i nostri principali obiettivi per il futuro approfondire la ricerca e lo studio di queste aree ad elevatissima valenza naturalistica, tanto che queste righe vogliono essere solo un primo accenno a tale argomento, il quale sarà sicuramente ripreso e documentato in futuro seguendo lo scorrere delle stagioni.

Dislocazione della faggeta vetusta di Monte Piano - Monti Simbruini

Durante l’estate (2016) abbiamo dunque avviato questa fase iniziale di ricerca e di documentazione dei boschi vetusti sui Monti Simbruini; una prima area di interesse è stata individuata sulle pendici del Monte Piano, in una porzione marginale della vasta area boschiva del versante laziale dei Monti Cantari, compresa tra le vallate dei fossi della Moscosa e di Valle Fura. Pur non trattandosi, nell’accezione più “pura” del termine, di una vera e propria foresta vetusta (l’area è piuttosto limitata ed è stata in passato soggetta anche a disboscamenti) qui si possono comunque trovare diverse decine di esemplari di faggi plurisecolari e sono presenti quasi tutti i tratti tipici del bosco vetusto. Gli alberi più antichi ricadono completamente nella cosiddetta fascia di fustaia di protezione, ossia la zona posta al termine del bosco fitto e più giovane, oltre la quale, per limiti di altitudine, non crescono ulteriori alberi ad alto fusto. Insieme a questi esemplari colossali ed in pieno vigore ne convivono altri morenti che presentano al contempo di chiome ancora abbondanti parti e cavità marcescenti nelle quali trovano dimora varie categorie di animali, quali entomofauna, avifauna e piccoli mammiferi (questi prendono il nome di “alberi habitat“). Troviamo ovviamente anche numerosi esemplari completamente morti, sia ancora in piedi (necromassa eretta) che collassati al suolo (necromassa a terra), o per via del peso della neve in inverno o per i colpi inferti dalle saette durante i temporali estivi. E’ proprio la presenza di esemplari in questi ultimi due stadi descritti che permette lo sviluppo e la sopravvivenza, oltre agli organismi saproxillici (ossia che si  nutrono direttamente del legno morto), di tutta una serie di specie animali e vegetali peculiari, le quali rendono il bosco vetusto un ecosistema di elevatissima valenza biologica. Va sottolineato inoltre come al cospetto delle aperture del piano arboreo lasciate dai grandi alberi morti e schiantati a terra si sviluppino tutta una serie di specie vegetali di sottobosco non presenti invece nelle foreste compatte.

Delle specie animali presenti in questo tipo di ecosistema, tra le altre, ricordiamo diversi coleotteri saproxillici, quali l’Osmoderma eremita, il Lucanus cervus, il Cerambyx cerdo, la Rosalia alpina ed il Morimus funereus, la cui presenza è sempre indice di buona conservazione allo stato naturale dell’ambiente boscato. Tutte queste specie, per la loro valenza biologica, rientrano nel progetto di monitoraggio MIPP (Monitoring of insects with public participation), nato con lo scopo di testare e standardizzare i metodi di monitoraggio su tali specie al fine di una più oculata salvaguardia.

Nello specifico, al momento dei nostri sopralluoghi in questa faggeta vetusta non abbiamo purtroppo potuto documentare direttamente le specie appena elencate, ma la loro presenza è stata confermata in qualche modo dal rinvenimento in gran numero di esoscheletri di larva di coleottero, i quali risultavano “abbandonati” a seguito del passaggio delle stesse larve allo stadio successivo (cosidetto “pupa”). Tali esoscheletri sono stati rinvenuti principalmente su fomes-fomentarius, tipico fungo “a coppa” dalla colorazione cinerea che attecchisce sui fusti, sia vivi che morenti, dei faggi. Per via della sua consistenza meno tenace del legno, probabilmente questo fungo è stato preferito ai tronchi per la deposizione delle uova nelle apposite gallerie ed il successivo sviluppo larvale.

Da ricordare comunque il prezioso rinvenimento documentato della Rosalia alpina appena qualche giorno prima in un altra porzione di bosco vetusto sui Monti Simbruini.

Quasi scontato sottolineare come la presenza di necromassa eretta favorisca la nidificazione di diverse specie di uccelli piciformi, quali il Picchio dorsobianco (Dendrocopos leucotos), il Picchio rosso minore (Dendrocopos minor) e la Balia dal collare (Ficedula albicollins), anche se durante le nostre uscite non sono stati individuati nidi.

A livello di organismi vegetali riportiamo la presenza di almeno due licheni tipici dell’ambiente boscato vetusto: la Lobaria pulmonaria, tradizionalmente utilizzata come rimedio naturale per lenire la tosse, e la Usnea, nota anche come “barba di vecchio” per via del suo aspetto lanoso, la quale adorna i rami dei faggi più vecchi. Questi licheni riescono a sopravvivere soltanto in boschi con alberi secolari in quanto il loro ottimale e completo sviluppo richiede tempi assai lunghi.

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CORPO MACCHINA: Nikon D610 | OBIETTIVI: Nikkor 16-35 f/4 G ED VR, Nikkor 50mm f/1.8D | TREPPIEDI: Cullmann Magnesit 528 - TESTA: Manfrotto 496RC2 | ZAINO: F-Stop Tilopa | ACCESSORI: tubo di prolunga per macro

La faggeta vetusta – Parte I ultima modifica: 2016-09-08T22:49:42+00:00 da Daniele Frigida


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