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L'altro lato dei Simbruini: tra Valle Bertina e Campo della Pietra
Orizzonti Simbruini è un progetto indipendente di documentazione del paesaggio e della natura dei Monti Simbruini, nell'Appennino centrale
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L’altro lato dei Simbruini: tra Valle Bertina e Campo della Pietra

Per molti, forse i più, i Monti Simbruini sono semplicemente i paesaggi offerti dal Monte Autore, le verdi praterie dell’altopiano di Camposecco, oppure le creste del Monte Viglio, o ancora le fitte faggete degli altopiani di Monte Livata e Campaegli; ambientazioni queste sicuramente affascinanti e scenografiche, che catturano a prima vista il cuore di chi le osserva e che nel tempo si sono affermate come le classiche “cartoline” di questi monti, grazie anche alla loro facile accessibilità. Noi di Orizzonti Simbruini siamo i primi ad essere fatalmente “innamorati” di tali luoghi (non potrebbe essere altrimenti), ma allo stesso tempo non possiamo fare a meno di vivere prima e proporre poi su queste pagine quei luoghi che difficilmente andranno a finire sulle brochure promozionali dei vari enti turistici o, che ancor più difficilmente, saranno proposti come meta di escursioni organizzate. I nostri monti non offrono cime per ascese alpinistiche da record ne giogaie dalle fattezze himalayane, ma una cosa li rende unici: la vastità e la varietà degli ambienti naturali, incontaminati, solitari, a tratti selvaggi ed austeri. Sarebbe sbagliato affermare di conoscere i Simbruini senza averli prima visti nella loro interezza: basta abbandonare di pochi metri le solite vie battute per ritrovarsi da soli nella natura vera, senza compromessi, e coglierne così la vera essenza.

Questo itinerario si dipana appunto in quelle zone dei monti Simbruini che sono quasi del tutto sconosciute ma non per questo meno interessanti: si tratta di un lungo ed abbastanza impegnativo anello con partenza da Cesa Cotta nel territorio di Cappadocia (AQ), che passando per la Valle Bertina ed i Piani del Morbano, risale il Fosso Fioio sino a raggiungere le sue sorgenti a Campo della Pietra e che si chiude con il rientro a Cesa Cotta. Una 15ina di km totali immersi nella più assoluta wilderness simbruina.

Si parte al mattino, il meteo pare favorevole, così come la temperatura, mite e primaverile; raggiunto il paese di Cappadocia si prosegue sino al triste avamposto antropizzato di Camporotondo e subito dopo aver imboccato la sterrata che porta verso il santuario della SS Trinità parcheggiamo l’auto.

La pista forestale superato un primo crinale si getta rapida in discesa, tagliamo ulteriormente le Coste Calde nel fondo di un fosso ed in breve tempo usciamo allo scoperto sull’altopiano di Cesa Cotta, dall’aspetto solitario e immenso, quasi da “lontano Ovest”. Non a caso il rifugio che ci appare davanti a poca distanza è stato rivestito completamente in legno per le riprese di un film non molto tempo fa, probabilmente un ennesimo film narrante luoghi lontani e sconfinati che, dopo i famosi “spaghetti western” di Sergio Leone (su tutti “Lo chiamavano Trinitá”), conferma come la bellezza data dalla solitudine di questi monti sia tangibile a tal punto da attrarre scenografi e registi.

È primavera ed i prati brillano di un verde intenso punteggiato da tappeti di viole eugeniae nelle varianti giallo e viola. In fondo ad Ovest si staglia su tutto il Monte Autore, ancora imbiancato nei canaloni esposti a Nord; a Sud invece il Tarino ci mostra il suo lato più selvaggio.

Proseguima in una zona di rado rimboschimento a pino ed alberi da frutto fino ad imboccare la Valle Bertina che in breve introduce di nuovo nella faggeta. Basta una breve sosta per osservare e cogliere l’incanto del bosco: gli altissimi faggi iniziano a rivestirsi di nuove e tenere foglie colorate di un intenso verde, e mentre il vento fa oscillare dolcemente gli alti e poderosi tronchi si ode non lontano il martellante suono di un picchio. Piccoli dettagli che mostrano in realtà all’osservatore attento quanto il bosco sia vivo nella sua apparente immobilità.

Si riscende in poco tempo sui sottostanti piani del Morbano, non lontano da noi giacciono i resti dell’antica Rocca Morbano. In queste dolci vallette carsiche si esalta il senso di solitudine: gli orizzonti chiusi tutt’intorno non lasciano percezione della dislocazione del luogo, che pare lontano migliaia di km dal resto del mondo. Quì, tra folti cespugli di ginepri, si incontrano le prime fioriture degne di nota: Genzianelle (Gentiana Verna) e varie specie di Orchidee su tutte. Più avanti grossi faggi isolati dal bosco fitto troneggiano sulla zona che conduce di nuovo ad affacciarsi su più vasti panorami: prima appare il vicino Monte Tinterosse, poi riecco apparire più lontane, oltre un crinale, le cime del Monte Autore e del Monte Tarino precedute da una landa sconfinata di morbide e spoglie corrugazioni. Siamo nella località denominata Grascitone. Alcuni folti tappeti di orchidee propiziano una nuova sosta fotografica mentre in alto il cielo si tinge di tinte cupe, cineree, presagio di situazioni meteorologiche non proprio favorevoli.

Ripresa la marcia intercettiamo una carrareccia che in discesa conduce sino all’alveo quasi completamente asciutto del Fosso Fioio, che seguiamo voltando verso sinistra (Sud). Nei giorni precedenti ha piovuto e nel terreno fangoso si notano i segni inconfondibili del passaggio di una volpe e soprattutto di un lupo, ribadendo quanto queste montagne siano vive, nonostante sembri tutto immobile. Stiamo correndo a cavallo dell’attuale confine politico tra Lazio ed Abruzzo, nonchè antico confine tra lo Stato Pontificio ed il Regno delle due Sicile, come ricordano gli antichi cippi in marmo che di tanto in tanto si incontrano. Superato lo sbocco del Fosso dei Volatri iniziamo ad attraversare la parte più scenografica e particolare del Fosso Fioio, fatto di morbide anse che lambiscono guglie, pinnacoli e rocce calcaree dalle forme astratte e bizzarre, modellate nel tempo dall’erosione dovuta agli agenti atmosferici ed allo scorrere delle stesse acque del Fioio. Un ambiente unico!

Man mano che risaliamo il corso del torrente la quantità di acqua nell’alveo aumenta anche se la portata resta sempre sotto la media stagionale, sinonimo di un inverno non proprio ricco di precipitazioni nevose; questo è l’unico tratto dell’itinerario segnato: si incontrano infatti i segnavia bianco-rossi del Sentiero Italia (SI). Si arriva così ad incrociare la sterrata che porta direttamente da Cesa Cotta a Campo della Pietra: voltando a sinistra lungo la sterrata si può chiudere l’anello rientrando in poco tempo a Cesa Cotta e da lì risalire a Camporotondo, noi invece proseguiamo dritti verso Sud, alla ricerca delle sorgenti del Fioio.

Mentre iniziano a cadere le prime gocce d’acqua dal cielo plumbeo si arriva nell’ampia prateria verde de La lungara solcata da infiniti rigagnoli d’acqua che confluiscono dai vari pendi cirostanti: è da quì che sgorga il grosso del Fioio. Se non fosse per le faggete che ne delimitano i margini, questo angolo di Simbruini pare quasi un tratto di pampa sudamericana. Superati due vicini fontanili, l’altopiano si restringe in una valletta che in leggera salita conduce sino ad un terzo fontanile, Fonte Campitelle: da quì seguendo una carrareccia si possono raggiungere diverse località tra cui il sovrastante Monte Tarino ed il santuario della SS Trinità. Dopo i primi accenni di pioggia il cielo pare ora tenere; noi svoltiamo a sinistra imboccando la traccia sterrata che riporta verso Cesa Cotta e con un ultimo strappo in salita torniamo al punto di partenza a monte di Camporotondo, concludendo così il nostro lungo ed avvincente anello nel cuore “wild” dei Simbruini. E proprio mentre l’avventura sta oramai volgendo al termine ecco l’ultima emozione: prima uno, poi due ed infine ben tre grifoni (Gyps fulvus) volteggiano fieri sulle nostre teste! E’  il solenne saluto di madre Natura.

Attraversando queste lande dunque si può ancora ritrovare la vera essenza della natura, nei suoi aspetti più primordiali: gli spazi, le forme, i colori appaiono ancora privi di ogni contaminazione. Le tracce del lupo e della volpe, il volo fiero del grifone, il suono del picchio nel bosco stanno li a testimoniare come questi monti, inerti agli occhi dell’osservatore distratto, siano in realtà oggi più vivi che mai!

DIFFICOLTA'

Difficoltà: EE

Percorrenza: 4.30h complessive (escluse eventuali soste)

Dislivello: 150m

SENTIERISTICA

SEGNALETICA:  sentieristica del Parco, segnavia bianco/rossi   del Sentiero Italia – SI nel solo tratto che risale il corso del Fioio, il resto su sentiero NON SEGNATO;

CARTOGRAFIA CONSIGLIATA: Carta dei Sentieri del Parco dei Monti Simbruini

ACCESSO STRADALE

Da Cappadocia (AQ) proseguire sino alla stazione turistica di Camporotondo ed imboccare la strada sterrata in direzione del Santuario della SS Trinità (indicazioni su cartelli) sino ad uno slargo subito dopo un’area pic nic, prima della discesa nel bosco. Quì si parcheggia.

L’altro lato dei Simbruini: tra Valle Bertina e Campo della Pietra ultima modifica: 2014-04-29T14:00:38+00:00 da Daniele Frigida


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