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Un balcone sui Simbruini: Serra San Michele e Monna Crastatara
Uno splendido itinerario di cresta sul versante abruzzese dei Simbruini, scopriamo la lunga e panoramica cresta della Serra San Michele
Serra San Michele
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Un balcone sui Simbruini: Serra San Michele e Monna Crastatara

Tra le varie attività che periodicamente impegnano la redazione di Orizzonti Simbruini, una delle più interessanti è sicuramente la ricerca di nuovi itinerari “di scoperta”, percorsi spesso in luoghi poco conosciuti e a volte non serviti da una rete sentieristica. Utilizzando la base cartografica IGM insieme ai moderni sistemi di visualizzazione satellitare, incrociando i dati con il nostro database di rilievi faunistici e floristici ci divertiamo a individuare nuove aree letteralmente da esplorare e spesso ci troviamo a constatare come questo territorio apparentemente circoscritto riservi ancora tante sorprese e tanto spazio all’avventura.

E’ in una di queste occasioni che abbiamo individuato la lunga dorsale di Serra San Michele, un rilievo apparentemente anonimo che corre al confine tra Lazio e Abruzzo e cinge a nord-est la valle di Campo Ceraso, ricongiungendosi alle alture di Colli Staffi. Dalle immagini satellitari sembrava essere un luogo ideale per avere una veduta inedita sul massiccio del Monte Tarino, unitamente a qualche scorcio insolito verso le giogaie che scendono sul versante abruzzese.

E dunque, quale occasione migliore per provare le nostre speculazioni, della prima neve del 2014, quando il bianco candore riporta interesse nei boschi ormai esausti dall’autunno? Ci troviamo così una mattina di dicembre, poco prima dell’alba, nel piazzale di Campo Staffi: la temperatura è di qualche grado sotto lo zero e un vento affilato invoglia ad affrettare i preparativi e mettersi in moto il prima possibile. Abbiamo giusto il tempo di contemplare le delicate sfumature della notte che fugge a ovest, in direzione del Monte Tarino, lasciando una coda azzurra inseguita dal rosa intenso che irradia dal nuovo sole nascente, mentre una luna rotonda e piena assiste indifferente al passaggio di testimone.

Saliamo rapidamente verso le alture di Colli Staffi, appena in tempo per ammirare il sole che appare oltre il profilo delle montagne, poco sopra la Serra di Sant’Antonio, uno spettacolo grandioso impreziosito dalla veste invernale dei luoghi. Il vento soffia teso e nubi a cumuli lambiscono il terrono in successione, lasciando che il sole pallido appaia e scompaia rapidamente dietro una coltre di vapori, una visione che evoca paesaggi boreali.

Procediamo in direzione del gruppo di ripetitori a quota 1887m: da qui inizia la Serra San Michele, con un crinale in direzione NW e in netta discesa; camminiamo tra le nubi guadagnando di tanto in tanto rapide aperture verso il pianoro di Colle Mozzone e i boschi della Renga. Sul fronte occidentale, la mole del Tarino rimane celata dietro uno spesso cappuccio di nubi, come nella migliore iconografia himalayana.

Il crinale corre stretto fra due fasce di bosco, la faggeta che scende verso l’Abruzzo presenta alla sommità le caratteristiche forme modellate dal vento: tronchi bassi e contorti, avvolti quasi a spirale su loro stessi e coronati dai cristalli di ghiaccio depositati nelle ore precedenti. La nostra destinazione è la Monna Crastatara, un’area priva di vegetazione (una “monna“, appunto) che si affaccia verso il Tarino proprio al di sopra di Campo Ceraso; a scanso di equivoci abbiamo preparato a tavolino anche una traccia GPS, tuttavia notiamo sul terreno una traccia di sentiero che corre nella stessa direzione e che deve essere stata percorsa qualche ora prima di noi da una volpe. Ci fidiamo della volpe e seguiamo la traccia anche quando entra nel bosco, sempre rimanendo sul filo del crinale, verificando di tanto in tanto la corrispondenza con il tracciato GPS.

Il passaggio nel bosco è piacevole, proprio nel momento in cui il sole comincia ad alzarsi a sufficienza per inondare la faggeta di una luce dorata che contrasta grandiosamente con il blu freddo delle ombre. Il sentiero mostra a tratti vecchi segni di segnaletica rosso-gialla, probabilmente un vecchio tracciato CAI; dopo un leggero aggiramento verso destra (versante Abruzzese) superiamo una sorta di piccolo “cancello” naturale costituito da due massi infissi ai lati del sentiero e in leggera discesa ci affacciamo su un pianoro carsico dal profilo profondo e allungato.

Il luogo ha un qualcosa di remoto e selvaggio, nonostante in fondo alla dolina principale svetti un piccolo manufatto (una centralina meteorologica del progetto “40 sotto zero“): siamo stretti nel cuore delle grandi faggete che ammantano tutta l’area dalle pendici del Monte Tarino fino a Camporotondo, tra la catena della Renga e la Cima Ceriotta. Nel silenzio del primo mattino, una rapida fuga tra gli alberi attira la nostra attenzione: facciamo appena in tempo a girarci per scorgere una sagoma che corre a zig-zag con grande agilità fra i fusti dei faggi, forse un capriolo o una grossa volpe, difficile stabilirlo in così pochi attimi. Anche se non è ovviamente così, per un attimo abbiamo l’impressione di essere i primi uomini a calcare quella terra, un’emozione non da poco per chi percorre queste montagne in lungo e in largo da decenni.

Siamo ormai vicini alla meta: verso la fine del pianoro, dove inizia una traccia di carrareccia, ci teniamo sulla sinistra (W) e cominciamo a salire verso il crinale boscoso, godendo ancora un po’ dell’incanto del bosco cristallizzato dalle recenti nevicate. Raggiungiamo il filo di cresta, dove la vegetazione si fa più fitta e intricata e scavalchiamo velocemente sul versante di Campo Ceraso, proseguendo sempre in direzione NW paralleli al crinale. Alcuni vecchi nastri legati ai rami degli alberi ci suggeriscono che questo sentiero deve essere stato conosciuto e frequentato tempo addietro, seguiamo brevemente per tracce fino a sbucare sul bel pianoro assolato della Monna Crastatara, un autentico balcone sospeso su questo quadrante dei Monti Simbruini.

Di fronte a noi, la mole del Tarino spicca ora sgombra dalle nuvole, suggestivamente decorata da una spolverata di neve che rende ancor più incisive le pieghe dei suoi valloni e le balze rocciose che scendono verso il Vallone Ciociaro. Più a destra spicca la mole del Tarinello, che da questa angolazione, per un effetto ottico, assume la forma di una cima aguzza di sapore alpino. Stupefacente è l’estensione e la compattezza dei boschi che circondano Campo Ceraso, ma è degna di nota anche la veduta d’infilata verso la parete del Colle della Tagliata, col Monte Autore sullo sfondo. Più a sud, il Monte Cotento appare e riappare tra le nuvole, nel vento che solleva grandi turbinii di neve farinosa.

Come prima esplorazione può bastare: ci godiamo soddisfatti lo spettacolo a 360 gradi, immersi nella grandiosa solitudine di questo angolo di Appennino, con la promessa di tornare in un momento ancor più suggestivo, magari per aspettare l’alba o il tramonto, come anche di proseguire oltre – in un’altra occasione – verso il pianoro di Campitelli per poi ridiscendere a Campo Ceraso e compiere un anello completo.

DIFFICOLTÀ

DIFFICOLTÀ: E
TEMPO DI PERCORRENZA: circa 1.30h
DISLIVELLO: circa 200m

SENTIERISTICA

ATTENZIONE: sentiero non segnato!

CARTOGRAFIA CONSIGLIATA: IGM 367 II Tagliacozzo, IGM 376 I Vallepietra, IGM 377 IV Capistrello

ACCESSO STRADALE

Da Filettino proseguire per il valico di Serra S. Antonio lungo la strada provinciale SP30 e poi per la località sciistica di Campo Staffi. Risalire a piedi sul versante opposto degli impianti di risalita, in direzione dei ripetitori radio.

Un balcone sui Simbruini: Serra San Michele e Monna Crastatara ultima modifica: 2014-12-10T19:04:20+00:00 da Francesco Ferreri


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