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Orizzonti Simbruini è un progetto indipendente di documentazione del paesaggio e della natura dei Monti Simbruini, nell'Appennino centrale
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Panorama verso Trevi nel Lazio salendo al Monte Faito - Monti Simbruini - © D. Frigida
Monte Faito, il grande altopiano verde

Il Monte Faito (1488 m.s.l.m.) sorge al centro del vasto ed incontaminato territorio dei Simbruini: un’enorme piattaforma carbonatica ammantata da impenetrabili boschi che si erge spigolosa a sovrastare rispettivamente ad Est la valle dell’Aniene e ad Ovest la valle del Simbrivio. Un immenso mare verde, così appare la sua  piatta parte sommitale osservata dalle cime circostanti. Più che un monte vero e proprio si tratta di un enorme altopiano boschivo i cui margini precipitano verticali verso valle. Uno scrigno naturale, silente e selvaggio, quasi mai battuto dall’uomo, che custodisce al suo interno un unicum di flora e fauna. Non a caso quasi tutta la sua estensione è protetta dalla riserva integrale del Parco dei Monti Simbruini. L’ennesimo micro-mondo, l’ennesimo volto diverso delle nostre montagne, solo apparentemente sempre uguali a se stesse.

La classica via di salita al Faito (ed anche l’unica segnata) si dipana dalla Fonte della Suria, poco oltre l’abitato di Trevi nel Lazio lungo la strada che conduce verso Filettino. Si tratta del sentiero catalogato dal Parco con il numero 692b, un interessante ed abbastanza impegnativo anello di circa 13 km.

Così, mentre nel cielo iniziano a spuntare le prime luci del mattino, calziamo gli scarponi e dall’ampio parcheggio adiacente al parco della fonte della Suria imbocchiamo la via dal fondo in cemento che si dirige verso Nord, tenendoci subito a destra al primo bivio. Saliamo tra terrazzamenti e recinzioni in un tratto di rado querceto e poco oltre ci teniamo a sinistra al bivio con il sentiero 655 (quest’ultimo per il Monte San Leonardo e Filettino); gradualmente si inizia a prendere quota. Con sorpresa lungo il sentiero ci appare un raro esemplare di Orchis simia, detta anche “orchidea scimmietta” per via della forma dei suoi labelli che paiono come degli omini con tanto di gambe e braccia. Il sole man mano supera da Est le possenti dorsali sopra di noi ed inizia ad inondare il bosco di luce, rendendo acceso il verde delle nuove foglie, mentre nel sottobosco tra le numerosissime fioriture di Anemone appennina spiccano qua e la alcuni candidi narcisi dei poeti (narcissus poeticus).

Continuando a salire nella valle del fosso dei Colloprani si arriva alla sella del Colle del Ciuco (quota 1010 metri) dalla quale si gode di un bellissimo colpo d’occhio sull’oramai lontano borgo di Trevi, immerso in un contesto di assoluta natura. Più lontano a Sud appare ancora imbiancata la cima del Monte Crepacuore. Man mano il querceto lascia sempre più spazio alla faggeta fin quando quest’ultima non diviene padrona assoluta, come sempre accade da una certa quota in su. L’ambiente si fa sempre più solitario e chiuso, l’orizzonte si stringe man mano che la pendenza diminuisce e si entra sempre più nel cuore profondo dell’altopiano sommitale del Faito. Il movimento di alcuni animali viene tradito dallo scricchiolare delle foglie secche sul terreno, mentre un rapace, forse uno sparviere, vola rapido e silenzioso a sfiorare le cime degli alberi appena sopra di noi. Appare da subito evidente che in questo luogo così remoto rispetto alla confusione umana vivano numerosissimi ed indisturbati gli animali selvatici, gli spiriti dei nostri boschi.

Si procede adesso con alcuni saliscendi tra le conformazioni carsiche del Faito, tutte mai troppo diverse tra loro, ingannevoli; percorriamo tratti di sentiero attraverso boschi di pino nero, figli di rimboschimenti. Oltre un crinale scorgiamo l’azzurro del cielo; convinti che si tratti di un punto panoramico ci dirigiamo verso di esso scoprendo subito dopo che si tratta di una semplice radura chiusa tutt’attorno dal bosco, senza sbocchi. Nonostante lo sguardo non raggiunga orizzonti lontani, si può quì godere della bellezza della fioritura di numerosissime orchidee, tra le quali anche l‘Orchis x Colemanii, ibrido naturale tra la O. Pauciflora e la O. mascula.

Riprendiamo dopo una sosta fotografica la marcia verso il rifugio di Monte Faito, nostra meta di giornata, sfiorando le Vedute di Monte Faito alla nostra sinistra e la Valle Cupa alla nostra destra. Si superano ancora dei saliscendi che mettono a dura prova l’orientamento (attenzione sempre a seguire i segnavia!) sino a sbucare sulle prime verdi radure. Da quì in breve si arriva prima al fontanile e poi al rifugio (2.45 ore dalla partenza), dietro il quale è presente un bottino, dove è possibile attingere fresca acqua sorgiva. L’ambiente è animanto solo da alcuni cavalli al pascolo brado e dal canto di qualche cuculo. Il mondo civile appare lontano migliaia di km da quì e l’unica traccia della sporadica presenza dell’uomo in quest’area è data dalla presenza del rifugio, il quale si presenta come niente di più di una rudimentale costruzione in pietra priva di porta, anche se il tetto è stato di recente ristrutturato. Come al solito un riparo utilizzabile più per situazioni di emergenza che per pernottamenti pianificati.

Dopo una sosta ristoratrice ripartiamo per concludere l’anello e ridiscendere al punto di partenza. Torniamo così al fontanile subito a valle del rifugio dal quale si seguono i segni bianco-rossi verso destra aggirando diverse conche e radure. Proprio in una delle rare aperture tra la fitta faggeta incontriamo una volpe che, non appena nota la nostra presenza, veloce torna a rifuggiarsi nell’ignoto del bosco. In discesa attraversiamo il tratto di faggeta di maggiore bellezza dell’itinerario, dove si incontrano alcuni esemplari dalle dimensioni davvero ragguardevoli; quì il sentiero diviene ben marcato a terra ed è di facile individuazione.

Nei tratti assolati e scoperti dalla vegetazione attraversiamo ancora numerose fioriture, impreziosite da qualche esemplare di Orchis simia. La via è in costante discesa e così senza troppa fatica, superate delle staccionate abbattute ed una sella, arriviamo ad un belvedere dal quale si può godere di un panorama completo sui monti Cantari ed Ernici. E’ il primo scorcio panoramico significativo che ci si pone davanti dopo una totale e completa immersione nel bosco, durata quasi tutto l’itinerario.

Scendendo di quota lungo una evidente traccia diagonale lungo il fianco della montagna, la faggeta prima si dirada poi lascia spazio al querceto. Scavalchiamo un fosso e ci portiamo sulla destra orografica dello stesso continuando a scendere in direzione di Trevi nel Lazio, che appare ancora distante. E’ impressionante l’estensione di boschi che ammanta questi monti, sono ore che vi camminiamo all’interno senza uscirne mai, se non in piccole radure. Tanto per fare esterofili paragoni, ovviamente con le dovute proporzioni, quest’area potrebbe essere definita l’Amazzonia dei Simbruini.

Dopo oltre un’ora e trenta minuti di costante discesa giungiamo in località Le Fontane, dove sul margine di una via carrabile si trovano due fontanili. Da quì il sentiero 692b può essere continuato scavalcando il colle Capulati in direzione di Trevi per poi chiudere l’anello ritornando a Fonte della Suria; noi decidiamo però di abbreviare di poco il percorso imboccando la via carrabile che con alcuni tornanti in discesa ci riporta direttamente alla fonte della Suria, concludendo così il lungo anello del Monte Faito. Una lunga ed intensa avventura nel cuore più profondo e silente dei Simbruini!

DIFFICOLTA'

Difficoltà: EE (attenzione a non abbandonare il sentiero segnato!)

Percorrenza: 4.30h complessive (escluse eventuali soste)

Dislivello: 700m

SENTIERISTICA

SEGNALETICA:  sentieristica del Parco, segnavia bianco/rossi segnavia_small n° 692b

CARTOGRAFIA CONSIGLIATA: Carta dei Sentieri del Parco dei Monti Simbruini

ACCESSO STRADALE

Dal centro di Trevi nel Lazio si procede lungo la strada provinciale per Filettino e superato un distributore di carburante (a destra) e uno stretto ponticello si imbocca una strada secondaria sulla sinistra (indicazioni per Fonte della Suria). Dopo circa 200 metri si arriva al piazzale del parco della fonte. Qui si parcheggia.

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Ophrys holosericea - Monti Simbruini - ph F. Ferreri
Orchidee dei Simbruini

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Il tramonto - Monti Simbruini - © D. Frigida
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Riscendendo dalla vetta del Monte Tarino - Monti Simbruini - © D. Frigida
Dalle sorgenti dell’Aniene al Monte Tarino

Il Monte Tarino è una montagna dalle forme slanciate ed eleganti, in grado di offrire scenari ed ambienti superbi in ogni suo versante. Probabilmente il lato più bello ed entusiasmante da risalire verso la conquista della cima è comunque quello sud-occidentale, fatto di aeree creste ed alte balze rocciose affacciate sulle verdi vallate della riserva integrale del Parco, da dove sgorgano le limpide sorgenti dell’Aniene.

Il percorso classico che porta ad esplorare questo versante parte da Fiumata (nel comune di Filettino) ed in quasi 4 ore di cammino, passando per il Vallone Roglioso, la Valle Forchitto e Monna della Forcina raggiunge la vetta del Monte Tarino, a quota 1961 m.s.l.m. Il periodo dell’anno in cui si può godere a pieno delle bellezze caratteristiche di questo angolo dei Simbruini è indubbiamente la primavera, quando si ha quel mix unico di elementi naturali (abbondanza di acqua, colorate fioriture, verdi praterie e scenici relitti di neve in quota) che rendono il paesaggio vario ed interessante.

Si parte dal piazzale del camping di Fiumata, nei pressi di un ristorante/allevamento ittico, seguendo il sentiero segnato 693b lungo una comoda sterrata che in breve porta ad immergersi in un ambiente pittoresco, fatto di mille rigagnoli d’acqua che corrono tra contorte radici di vecchi faggi. La via corre parallela (ed a volte si interseca) con l’alveo del torrente Roglioso, il quale poco più a valle unendosi con il fosso dell’Acqua Corore da vita al fiume Aniene, l’arteria principale dei Simbruini. Bastano i primi passi per intuire il leitmotiv di questa prima parte di sentiero: l’acqua ed il suo inarrestabile correre verso valle.

Mano a mano che si risale la mulattiera diviene sempre più un sentiero stretto e percorribile solo a piedi; in alcuni tratti viene addirittura invaso dalla forza impetuosa del ruscello. Dopo un’ora circa dalla partenza si giunge in prossimità della sorgente di Fonte della Radica, l’inizio di tutto: qui da un curioso foro del terreno sgorga il rigagnolo di acqua che correndo verso valle assume sempre più le sembianze di un torrente prima e di un vero e proprio fiume poi. Poco oltre si lascia il fondo della vallata per piegare decisamente a destra su ripidi tornanti nel bosco. Nel non sentire più l’incessante fragore dell’acqua si prova quasi disagio, tanto ci si era abituati precedentemente. In costante salita si oltrepassa il bivio che conduce a Filettino passando per il Colle dell’Arena Bianca (694b) e si prosegue verso sinistra la risalita della ripida Valle Forchitto prendendo velocemente quota. Tra i rami dei faggi ogni tanto fa capolino la ancora lontana cima del Tarino mentre la pendenza si accentua sempre più rendendo impegnativo l’avanzare.

L’arrivo al valico di Monna della Forcina, che sbocca sul grande pianoro di Campo Ceraso a circa 1600 metri di quota, pone fine alla ripida salita della Valle Forchitto. Da quì, seguendo sempre i segnavia bianco-rossi, si piega verso sinistra (a destra si sale verso Campo Staffi) ed in piano si attravresa un tratto non troppo fitto di faggeta. All’uscita dal bosco però si inizia a salire di nuovo su pendenze marcate; salendo i panorami si allargano come se si stesse ruotando la ghiera di un grandangolo: a destra appare la cima dell’inconfondibile Monte Velino, a sinistra invece domina tutto il Monte Viglio preceduto dal Cotento e seguito dal gruppo dei Monti Ernici, un manipolo di cime strette tra loro che sfiorano i 2000 metri di quota.

Rientrando nella faggeta la pendenza aumenta ancora per terminare poi di colpo all’uscita sulla sottile ed aerea cresta sud del Tarino, uno dei tratti più spettacolari in assoluto dei Monti Simbruini, con affacci vertiginosi sia verso sinistra che verso destra; da un lato le valli dei torrenti Roglioso e dell’Acqua Corore, dall’altro l’altopiano di Campo Ceraso. In fondo alla sottile linea di cresta appare la biforcuta cima, la quale dista da quì almeno una trentina di minuti. Il tratto che si percorre per raggiungerla è quanto mai ingaggiante e di soddisfazione, tanto da ripagare in pieno le fatiche necessarie per arrivare fin quì. Le ultime rocce prima della vetta sono abbastanza ripide e rappresentano l’ultimo baluardo da superare prima di giungere al cospetto dell’argentata croce di vetta. Dopo circa 3.30 ore di cammino e quasi 8 km di distamìnza in costante salita si può quindi godere del vastissimo panorama offerto dalla cima del Tarino su tutto l’Appennino centrale, con scorci suggestivi e ravvicinati sui restanti Simbruini. Per il ritorno si percorre la stessa via dell’andata anche se la diversa angolazione permette di osservare con altri occhi le zone già attraversate. Si impiegano circa 3 ore nella discesa sino a Fiumata, punto di partenza.

DIFFICOLTA'
  • Difficoltà: EE (escursione lunga ed impegnativa fisicamente)
  • Percorrenza: 3.30h andata – 3.00h ritorno (escluse eventuali soste)
  • Dislivello: 1000m
SENTIERISTICA

Segnavia bianco-rossi segnavia_small n° 693b 

CARTOGRAFIA CONSIGLIATA: Carta dei sentieri del Parco dei Monti Simbruini

ACCESSO STRADALE

Dalla SP28 (Trevi nel Lazio-Filettino), poco prima dell’abitato di Filettino, imboccare una via asfaltata secondaria sulla sinistra seguendo le indicazioni per Fiumata. Parcheggiare alla fine della strada in un ampio parcheggio antestante un allevamento di trote.