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Orizzonti Simbruini è un progetto indipendente di documentazione del paesaggio e della natura dei Monti Simbruini, nell'Appennino centrale
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Morimus asper - Monti Simbruini - © Daniele Frigida
Coleotteri dei Monti Simbruini: Morimus asper

Come già noto, da diversi anni durante il periodo estivo tra i principali target di ricerca del nostro team vi sono i coleotteri saproxillici più rari e di maggior interesse naturalistico presenti nel territorio dei Monti Simbruini, come ad esempio la Rosalia Alpina, l’Osmoderma eremita ed il Morimus asper. Dopo i primi giorni di pazienti ricerche mirate ad inaugurare la stagione quest’anno sono stati sul finire del mese di Giugno proprio due esemplari di quest’ultima specie, un maschio ed una femmina, entrambi rinvenuti a poche centinaia di metri di distanza nel medesimo sito. Andiamo però a scoprire qualcosa di più su questo affascinante coleottero:

 

MORFOLOGIA E BIOLOGIA

Il Morimus asper è tra i coleotteri di maggiori dimensioni presenti sul territorio tant’è che il suo corpo può arrivare a misurare circa 4 cm di lunghezza; esteticamente è caratterizzato da una livrea scura uniforme anche se può presentare sfumature più chiare tendenti al grigio cenere. Le macchie sulle elitre sono appena percepibili al contrario del suo stretto cugino M. funereus – non presente comunque in Appennino – il quale invece presenta una livrea più chiara e chiazze ben distinguibili. Presenta delle antenne molto pronunciate, le quali nei maschi superano decisamente la lunghezza del corpo arrivando a misurare anche 8-9 cm, mentre nelle femmine queste generalmente arrivano appena oltre al vertice delle elitre. Da un occhio poco esperto potrebbe essere confuso con Herophila tristis e Lamia textor, specie dalle quali si distingue comunque per dimensioni e colori;  l’elemento che ne garantisce comunque la certa identificazione in assenza di possibilità di comparazioni dirette è il terzo antennomero (segmento delle antenne), il quale, al contrario delle altre due specie sopra citate, nel M. asper risulta sempre decisamente più lungo del primo segmento. Lo sfarfallamento degli adulti avviene tra maggio e giugno a seconda delle altitudini. E’ comunque un animale dalle abitudini prettamente notturne quindi abbastanza difficile da rinvenire in pieno giorno.

 

DIFFUSIONE ED HABITAT

Il M. asper è diffuso in tutta l’Italia tranne nel Friuli Venezia Giulia dove vive il suo stretto cugino M. funereus, sottospecie originaria dei vicini Balcani. Come tutti i coleotteri saproxillici, la sua sopravvivenza è direttamente legata ad ambienti forestali che presentano un elevato grado di naturalità, ovvero boschi di latifoglie incolti e caratterizzati da un’ampia disponibilità di alberi maturi e necromassa (alberi marcescenti), habitat purtroppo sempre più rari e costantemente minacciati dallo sfruttamento antropico delle risorse forestali. Per via della sua lenta ma costante diminuzione in termini di popolazione è una specie di elevato interesse e pertanto rientra nei piani di monitoraggio e salvaguardia della Direttiva Habitat. A tal proposito ricordiamo che è bene segnalare ogni avvistamento di questa specie sul portale InNat nell’apposita sezione del sito (per la segnalazione è fondamentale scattare almeno una foto all’esemplare rinvenuto e annotare le coordinate GPS).

NOTA: nello stesso periodo dei due rinvenimenti sopra accennati di M. asper, nelle campagne di fondovalle al margine dei Monti Simbruini segnaliamo anche il rinvenimento di due esemplari di Heropila tristis.

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La vetta del Monte Tarino al crepuscolo - Monti Simbruini
L’incanto del crepuscolo sul Monte Tarino

Dopo la remunerativa salita della scorsa estate (qui la missione) siamo tornati sulle ripide pendici del Monte Tarino per una nuova sessione fotografica in concomitanza del tramonto, ma stavolta lo abbiamo fatto nel severo e spettacolare contesto invernale, cosa che ci ha complicato non poco le cose. L’avventura in questo caso è addirittura cominciata prima ancora di calzare gli scarponi, ovvero lungo la strada che da Vallepietra sale al piazzale del Santuario della Trinità, non manutenuta in questo periodo e quindi per buona parte coperta di neve e ghiaccio, soprattutto nei tratti esposti a Nord, comunque superati grazie alla sempre affidabile Panda 4×4.

La giornata è assolata ed abbastanza calda per il periodo, il cielo azzurro spezzato da ciuffi sparpagliati di nuvole. Dopo una lunga riflessione sull’utilità o meno di portare con noi le ciaspole, ci incamminiamo sul classico sentiero che si dipana sul filo della lunga e tormentata cresta che passando per il Colle Cimata, la Morra Costantino e le Coste del Tarinello conduce alla vetta del Tarino (1961 m.s.l.m.). Dopo i primi passi mossi sul crinale assolato ed asciutto, la neve si fa rapidamente alta e cedevole rendendo necessario l’ausilio delle ciaspole, alla fine saggiamente caricate sugli zaini, insieme ovviamente a ramponi e piccozza. Poco oltre la nostra strada si intreccia con quella di un lupo, il quale ha scavalcando da poco il crinale ed ha impresso sulla neve una nitida pista di impronte. In circa un’ora di cammino tutto sommato agevole giungiamo all’attacco dei primi ripidi e sottili tratti di cresta; qui per via della pendenza trasversale le ciaspole divengono più un impedimento che un ausilio e così torniamo a camminare senza, pagando però con un grande sforzo fisico la scarsa durezza del fondo innevato (in diversi tratti ad ogni passo si sprofonda addirittura fino all’altezza delle ginocchia). A ripagare le fatiche ci pensa però per fortuna il panorama, il quale man mano che prendiamo quota si fa sempre più aspro e scenografico; il volo lento e planato di un grifone (Gyps fulvus) sopra le nostre teste è un più che valido motivo per fermarsi ad osservare e riprendere fiato. Il peso degli zaini, seppur riempiti con il minimo indispensabile (che in assetto invernale comprende comunque una lista di oggetti tutt’altro che leggeri…), si fa sentire costringendoci a soste sempre più frequenti lungo gli scoscesi pendii.

Dopo oltre 3 ore di impegnativo cammino aggiriamo il limite massimo del bosco ed usciamo finalmente allo scoperto sulle alture sommitali del Tarinello, a circa 1850 m.s.l.m.; manca circa un’ora al tramonto e ci resta quindi ancora tempo per proseguire verso la vetta, ma sfortunatamente per noi un denso banco di nubi ci avvolge completamente privandoci della vista in qualsiasi direzione. Inutile in queste condizioni andare oltre, decidiamo quindi di attendere in quella posizione, paesaggisticamente comunque valida, il diradarsi delle nubi e la luce dorata del tramonto. Luce che però non accenna minimamente a palesarsi nonostante lo scorrere dei minuti; il gelido pallore persiste inesorabile mentre la temperatura si fa sempre più rigida. Nella lunga salita attraverso la neve cedevole e bagnata anche il Gore-Tex dei nostri scarponi alla fine ha ceduto ed ora i piedi bagnati iniziano a soffrire seriamente il freddo (una delle condizioni di disagio meno sopportabili).

Intirizziti di freddo ed in preda allo sconforto per la lunga e (fino a quel momento) vana salita, dopo che un ultimo disperato sguardo all’orologio ci conferma che al di là delle nuvole il sole è appena sceso oltre l’orizzonte, decidiamo di ripiegare sulla via del ritorno, iniziando così a discendere il crinale coperto di neve ghiacciata e modellata dal vento. Ma é proprio mentre ci sussurriamo sconsolati a mezza bocca “Niente da fare, sarà per la prossima volta” che uno squarcio di azzurro compare in alto tra le fitte nebbie, ci fermiamo di colpo; forse c’è ancora qualche minima speranza di godere del superbo panorama che la zona offre. Ed infatti tanto velocemente quanto inaspettatamente le nubi si diradano lasciandoci ammirare ampi tratti di un paesaggio incantato, avvolto negli ultimi saturi colori del crepuscolo. Rinvigoriti dall’inattesa svolta, prima che tale effimera magia svanisca, in breve montiamo l’attrezzatura fotografica e ci affrettiamo a trovare qualche valida composizione fotografica in grado di raccontare lo scenico ambiente che appare ai nostri occhi. Ci troviamo al centro del grande impluvio carsico del Pozzo della Neve, da qui la biforcuta vetta del vicinissimo Tarino é  il punto focale obbligato dei pochi scatti a disposizione.

Appena qualche minuto di gloria e tutto scivola silenziosamente in una fredda luce d’argento; la notte oramai incombe sul paesaggio ed il freddo diviene insopportabile, i piedi ghiacciati non hanno quasi più sensibilità e ad ogni passo pungono con dolorose fitte. In questi casi risuona nitida nella testa la consueta domanda su che cosa sia a spingerci ogni volta volutamente in queste situazioni di fatica e disagio: spirito di avventura, voglia di catturare immagini inusuali o più semplicemente l’innata necessita di vivere e toccare con mano gli aspetti più puri ed autentici della natura di queste montagne? Certo é che basta ripensare agli scenari unici nei quali ci siamo ritrovati poco prima per alleviare la stanchezza ed il freddo.

Riposizionata negli zaini l’attrezzatura riprendiamo al buio la lunga via del ritorno; ad ovest oltre l’orizzonte balenano gli ultimi lontani riverberi di un tramonto dal sapore epico. Nel fitto bosco di faggi riecheggia di tanto in tanto il canto tremolante di qualche allocco mentre lontane, nel fondo della Valle del Simbrivio, spiccano le poche luci dell’abitato di Vallepietra, unica evidente traccia umana in un contesto di natura selvaggia. Nonostante la discesa agevoli per certi versi l’avanzata, per via del fondo cedevole il sentiero si rivela impegnativo anche al ritorno e richiederà ben oltre due ore di cammino. Alla fine giungiamo al piazzale del santuario stremati ma con la piacevole consapevolezza di aver vissuto per alcune interminabili ore nel cuore più selvaggio e remoto dei Simbruini, alle pendici di quel Monte Tarino così lontano ed impervio e proprio per questo affascinante come pochi altri luoghi di queste montagne. E poi un’avventura fotografica che proprio quando sembrava inesorabilmente destinata al fallimento ci ha offerto il suo risvolto più clamoroso e spettacolare. Quasi una metafora di vita… 

CORPO MACCHINA: Nikon D610 | OBIETTIVO: Nikkor 16-35 f/4 G ED VR, Nikkor 80-200 | TREPPIEDI: Manfrotto BeFree Advanced | FILTRI: NiSi Filter IR GND Medium 150x100mm 0.9, Lee Filter Landscape Polarizer, Lee Filter Holder

Messaggeri della primavera: l’Anemone

Dopo un lunghissimo inverno grazie alle ore di luce che aumentano giorno dopo giorno ed alle temperature che si fanno sempre più miti, nelle vallate dei Monti Simbruini finalmente la primavera sta lentamente entrando nel vivo: i boschi hanno iniziato a colorarsi di un acceso verde nuovo, l’erba nelle radure e nelle praterie ha ripreso a crescere vigorosa e molte piante già mostrano vanitose le loro fioriture.  Read More

Monte Cotento in inverno - Monti Simbruini - © Daniele Frigida
Artici Simbruini

In inverno, coperto da una pesante coltre di neve e ghiaccio, lo spoglio paesaggio d’alta quota sui Monti Simbruini assume un aspetto particolarmente suggestivo. Le profonde doline, i crinali, gli affioramenti di rocce calcaree e le stoiche colonie di ginepri vengono sommersi da grossi accumuli nevosi modellati dal vento; nell’accecante colore bianco della neve e delle nebbie qualsiasi punto di riferimento viene meno, la percezione dei luoghi e della loro reale vastità diminuisce drasticamente, fino ad azzerarsi a volte in maniera disorientante. Read More

La furia dell'inverno si abbatte sulla faggeta - Monti Simbruini - © Daniele Frigida
Inverno nella faggeta

Monti Simbruini, Marzo 2018 – Dopo le ultime annate fin troppo miti ed avare di precipitazioni finalmente quest’anno l’inverno sui versanti occidentali dell’Appennino è tornato a palesarsi nella maniera ad esso più consona. Le temperature in quota raramente hanno superato lo zero termico di parecchi gradi e le nevicate, iniziate alla fine di Novembre, si sono susseguite nei mesi successivi con cadenza regolare, concludendosi solo alla fine di Marzo accompagnate dalle ultime prepotenti ondate di freddo. Tutto ciò ha garantito una copertura nevosa abbondante ed uniforme anche sui crinali più esposti e gli elementi propri della stagione fredda hanno così mantenuto stabilmente il loro posto nel paesaggio di montagna, plasmandolo, a volte dolcemente altre furiosamente, sotto infinite sfumature di bianco. In questo contesto ho potuto concentrare la mia attività fotografica per l’intera stagione nella rappresentazione delle faggete d’alta quota e dei vari aspetti paesaggistici che queste assumono durante il lungo e freddo inverno.

Il faggio (Fagus sylvatica L.) predilige un clima di tipo oceanico temperato ed ha trovato nell’Appennino l’ambiente ideale per un rigoglioso sviluppo; sulle montagne dell’Italia centrale tale essenza popola oggi in maniera quasi esclusiva la totalità dei boschi oltre i 1000 metri di quota e sui Monti Simbruini in particolare si sviluppano alcune tra le più estese e fitte faggete contigue d’Europa. Per il mio modo di interpretare la fotografia di natura, così profondamente legata a queste montagne, essermi dedicato a ritrarre accuratamente questo ambiente non è che la naturale conseguenza di una lunga attività di esplorazione e di una conseguente dettagliata conoscenza del territorio, nelle sue più significative espressioni. Dopo anni di assidua frequentazione ritengo infatti che se si vuole raccontare il paesaggio dei Simbruini difficilmente si può prescindere dal farlo fotografando le grandiose foreste di faggio che questi ospitano.
Nella mutabile e sempre commovente bellezza che questi boschi assumono nel corso dell’anno e delle stagioni, le austere ed incantate ambientazioni tipiche di questo periodo dell’anno hanno probabilmente fornito lo sfondo ideale a questo lungo ed impegnativo progetto. Trovo infatti particolarmente stimolante e proficuo dal punto di vista fotografico frequentare la montagna ed i boschi in veste invernale; diversamente da quanto si possa essere portati a credere, nell’estrema semplicità delle forme e nel monocromatismo di un ambiente innevato si cela un’inesauribile e sempre rinnovata fonte di ispirazione. Nonostante la vastità dei boschi a disposizione, ho voluto concentrare la mia attenzione solo su alcune specifiche aree, tutte comprese tra i 1600 ed i 1800 metri di quota, ritenute a mio avviso particolarmente favorevoli al manifestarsi delle situazioni climatiche e delle atmosfere ideali per ritrarre al meglio  la stagione fredda. E’ stato un percorso iniziato con l’arrivo delle prime perturbazioni invernali e proseguito fin quasi all’arrivo della primavera, un lungo viaggio attraverso interminabili sequenze di fitti e slanciati tronchi interrotte di tanto in tanto da piccole ed amene radure ai margini delle quali sopravvivono alberi isolati dalle forme tanto contorte quanto bizzarre.
L’intero progetto fotografico si sviluppa proprio intorno a questa continua contrapposizione di forme e paesaggi, tutti ospitati all’interno del medesimo habitat, il quale dal di fuori potrebbe superficialmente apparire scontato e sempre uguale a se stesso ma che in realtà, se esplorato con attenzione fin nei suoi più reconditi meandri, si rivela estremamente eterogeneo ed interessante, nonché pregno di scorci dalla superba bellezza. Un ambiente inoltre sorprendentemente vivo nonostante l’assordante silenzio nel quale giace, sepolto sotto la spessa coltre di neve, come dimostrato dalle tante tracce lasciate da lepri, volpi, cinghiali, cervi, caprioli e lupi che sovente hanno preceduto i miei passi nella faggeta e che mi hanno rammentato di volta in volta la quotidiana lotta per la sopravvivenza di queste specie, costrette a convivere con i rigori di un ambiente assoggettato alle forze dell’inverno.

Stretta nella morsa del gelo, tra le incerte atmosfere offuscate dai vapori sollevati dal vento, sotto il peso degli accumuli di neve e galaverna, la faggeta assume un aspetto magico, volubile ed effimero, a tratti quasi astratto e surreale. Coperto dall’abbacinante candore della neve ed avvolto dalle fitte nebbie il bosco si semplifica in maniera estrema, i pochi elementi che restano visibili appaiono stilizzati, quasi del tutto privi di colore e di una precisa collocazione nello spazio; tutto si riduce ad accenni sbiaditi di tronchi e rami in un grande vuoto bianco dalla struggente magnificenza. Spesso il confine tra terra e cielo si annulla tra disorientanti turbini di foschia e tutto pare far parte di un grande sconfinato miraggio, altre volte il freddo ricama sugli scheletrici rami dei faggi merletti di ghiaccio e galaverna, trasformando ogni singolo albero in un’effimera opera d’arte dalla commovente raffinatezza. Trovarsi ad osservare in solitudine queste foreste, nella loro disarmante estensione, mentre vengono imbiancate delicatamente da una miriade di fiocchi di neve suscita emozioni uniche, difficilmente trascrivibili, narrabili pienamente forse solo attraverso la fotografia.
Per riuscire a rappresentare l’incanto delle atmosfere invernali è stato necessario convivere con condizioni ambientali e meteorologiche tutt’altro che favorevoli. Ho rinunciato sin da subito a fotografare in giornate di sole e cielo terso facendo invece del maltempo un elemento imprescindibile delle mie immagini. Questa scelta mi ha portato a lavorare sovente in condizioni proibitive, ma comunque con risultati di grande soddisfazione: la scenograficità delle situazioni immortalate si è infatti sempre rivelata direttamente proporzionale all’inclemenza degli elementi. Mi sono ritrovato a vagare con le ciaspole ai piedi per km sulla neve fresca e cedevole sino alle ginocchia avvolto nella disorientante nebbia, ho fotografato sferzato dal blizzard e nel gelo attanagliante dei giorni più freddi dell’anno, spesso sono tornato a casa completamente bagnato dopo aver passato ore sotto copiose nevicate, situazioni nelle quali nemmeno l’attrezzatura e l’abbigliamento tecnico hanno potuto reggere. A volte ho avuto le mani talmente intirizzite dal freddo da non riuscire nemmeno a premere il pulsante di scatto della macchina fotografica, in altre occasioni le basse temperature si sono accanite contro le mie attrezzature, congelando le ghiere degli obiettivi e le leve di sblocco del treppiedi bagnati dall’umidità e dalla neve.

Ad ogni particolare situazione ho voluto associare inquadrature e tecniche fotografiche differenti, ovvero quelle che più di altre in quel momento ho ritenuto potessero catturare a pieno l’essenza del bosco in inverno secondo la mia visione. Ho trovato ad esempio nell’utilizzo delle doppie esposizioni in camera e del mosso creativo un efficace modo per ritrarre e raccontare il grande senso di ignoto e di incertezza che spesse volte ho provato muovendomi tra i faggi confusi nella nebbia, oppure sovra-esposizioni volute hanno reso al meglio un’ambiente soggiogato dal bianco abbacinante della neve. Alla fine, con pazienza ed ostinazione, sono riuscito a catturare immagini che narrano degli elementi, dalla neve che scende lieve sul bosco al vento che soffia tagliente ed impetuoso, dalla nebbia che rende etereo ed incerto il paesaggio al freddo che ricama sculture di ghiaccio sulle chiome spoglie degli alberi.
Immagini che raccontano dell’essenza più pura ed autentica che l’inverno infonde su questo paesaggio e che racchiuse in questo volume rappresentano la sintesi e la sublimazione di un impegnativo lavoro di pianificazione, esplorazione e personale interpretazione fotografica di un ambiente di assoluto valore naturalistico e paesaggistico, certamente tra i più rappresentativi dei Monti Simbruini, ripreso in alcune delle sue più sceniche e commoventi espressioni.

IMMAGINI

CORPO MACCHINA: Nikon D610 | OBIETTIVI: Nikkor 16-35 f/4 G ED VR e Tamron SP 70-200 f/2.8 VC USD | TREPPIEDI: Manfrotto BeFree Advanced | ZAINO: F-Stop Tilopa

Incanto d'Autunno: faggi autunnali - Monti Simbruini - © Daniele Frigida
Riflessioni d’autunno

In un sabato pomeriggio d’autunno, con la stagione del foliage oramai giunta al termine, decido di dedicarmi ad un’uscita di fotografia faunistica. Dopo aver perlustrato alcune vallette solitarie, scelgo di appostarmi su un crinale che affaccia su una stretta conca sovente attraversata da ungulati; nella lunga attesa noto con stupore che nonostante il resto degli alberi in zona siano già completamente spogli, un gruppo di faggi dirimpetto alla mia postazione sfoggia ancora una folta e vistosissima chioma color oro. Evidentemente la posizione riparata dal crinale ha protetto queste poche piante dalle fredde correnti e le foglie sono ancora tutte al loro posto sui rami, seppur già profondamente segnate nel colore e pronte a cadere da un momento all’altro.

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Luce del tramonto sulla cima del Monte Tarino - ph D.Frigida
Glow e luna sul Monte Tarino

Oltre ad essere tra le più elevate vette dei Simbruini, il Monte Tarino spicca per l’eleganza delle sue forme, articolate in una continua alternanza di sottili creste e speroni rocciosi che si affacciano a strapiombo su tutti i versanti; l’inconfondibile profilo biforcuto della vetta è quasi sempre presente nei panorami e negli scorci d’alta quota Read More

Panorama dal Colle Campitellino al crepuscolo - Monti Simbruini - © Daniele Frigida
Colle Campitellino, notte di vento e stelle

Tutta la seconda ed ultima parte di primavera quest’anno è stata caratterizzata da un clima estremamente secco e caldo, le precipitazioni sono state praticamente del tutto assenti ed anche le temperature hanno assunto valori prossimi a medie tipiche dell’estate inoltrata. Chiaramente sia l’ambiente che il paesaggio hanno risentito direttamente di questa calura anticipata: Read More

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